10 febbraio 2009

ARMIN GREDER, La città (trad. di Alessandro Baricco), pp. 36, euro 16,00, Orecchio Acerbo

Per il racconto illustrato che stiamo qui presentando, caratterizzato da una fortissima componente animica, si è reso necessario un dialogo platonico in piena regola (Veronica Leffe = LEF; Silvia Santirosi = SAN).

Una Madre si allontana con il suo Bambino ancora in fasce dalla Città e dalla Guerra che l’ha resa vedova, vivendo per anni in un isolamento pressoché assoluto. Un giorno la Madre muore e il Bambino, ormai Ragazzo, dopo un momento di totale smarrimento e inattività, decide di lasciare la sua casa alla volta della Città. Ma deve prima seppellire le ossa della genitrice…

SAN Hai visto? Più il figlio viene stretto a sé dalla Madre, più i suoi occhi sono sbarrati. Una presenza tanto assoluta da farsi quasi assenza, e Armin Greder ce la racconta con un suo ritmo particolarissimo, proponendo una scansione tetralogica dei momenti di cura del bambino nelle varie fasi della sua infanzia e adolescenza, del viaggio con le ossa della Madre morta in spalla, della grande battaglia con il Lupo…

LEF In effetti potrebbe trattarsi di una semplice scelta estetica - già ne L’Isola (Orecchio Acerbo, 2008) l’autore aveva usato questo ritmo nelle sequenze - del resto, però, il quattro, fin dalla preistoria, fu usato simbolicamente per indicare il solido, il tangibile, il terrestre, il materiale. Che proprio questo ritmo sia stato scelto per scandire le fasi del racconto mi pare significativo, perché sembra perfettamente corrispondere soprattutto alla natura di questa mater-materia, che condiziona il protagonista per tutta la sua crescita, e anche quando è morta, e persino durante il confronto col Lupo: l’Uomo, schiacciato dal peso di un’eredità ingombrante e pervasiva (se ne libererà solo dopo la sepoltura), “combatte” con gli strumenti da lei imposti: la stessa scansione infatti ritma anche la battaglia finale...

SAN …una battaglia epica, contro un nemico possente. La tavola che lo presenta, una doppia pagina nera completamente abitata dal Mostro – umano quasi troppo umano – e dalla sua zampa minacciosa, pronta a colpire. Eppure il Lupo non c’è. Il nemico non è qualcosa che vive nel mondo reale. E’ una notte dell’anima che lo sorprende.

LEF Un nemico possente ma irreale dici… Si, è vero certo, ma è irreale dal punto di vista di una realtà letterale, che dà credito e valore solo a ciò che si può toccare, spiegare: questa è la realtà della materia (la Madre), materialismo razionalistico.

SAN Senza dubbio. Per farsi uomo il ragazzo deve emanciparsi da questa Madre che non lascia spazio, che vuole proteggere a tutti i costi (“Povero bambino, cosa sarà di te, ora che non ci sono più io al tuo fianco?”). Combattendo, si assume la responsabilità della propria vita. E la possibilità stessa di viverla.

LEF Si, infatti il racconto di Greder parla di una iniziazione. Ogni iniziazione ha il suo lato cruento e orrorifico. Non la si può intraprendere se ci si rifiuta di affrontare quello che ci fa paura; se ci si lascia soffocare da un eccesso di difesa. Il Lupo (il guardiano) difende questo passaggio iniziatico e sua funzione essenziale è di mettere alla prova l’iniziato.

SAN Come a dire che bisogna confrontarsi con il buio per crescere.

LEF Il buio, il profondo, il mondo infero…l’anima stessa ci chiama verso l’abisso a compiere una discesa (nekya), necessaria anche se dolorosa, necessaria come la morte della Madre in cambio della vita del Ragazzo.

SAN Non è un caso che la storia ”vera”, la sua storia, comincia proprio quando il libro finisce. La Città è l’orizzonte di possibilità del Ragazzo, la terra promessa, da cercare, da conquistare. Una Città che non vediamo mai, se non nella copertina e in pochi altri cenni linguistici e visivi più o meno diretti. Una Città “grande dove il cielo era sempre grigio e l’inverno, a volte, dura tre anni”. Una Città anche inquietante, quindi, abitata da uomini festanti, ma che indossano delle maschere. Sono dei simulatori. Ricordano i protagonisti dei quadri di Ensor…

LEF …è vero! E inoltre, le poche immagini della Città contraddicono, col loro colore, unica nota in un libro pressoché monocromo, contraddicono la descrizione che l’autore stesso ne dà all’inizio (quella che tu hai appena citato). E’ una Città di saltimbanchi, circo, carnevale, ballo in maschera e si mostra nella sua veste di elemento sovversivo, rappresenta il rovesciamento dell’ordine materiale e razionalistico, è un’anima pulsante di vita, materia immaginifica in cui ci si può perdere, ma la maschera è qualcosa che stimola l’indagine, offre la fatica della scoperta. Insomma, Greder con questo lavoro dimostra una grande capacità di confrontarsi con l’archetipo…

SAN …riuscendo a plasmare, a trasfigurare la sua stessa vicenda autobiografica (in una risata confessa l’unica differenza tra la Madre del libro e la sua genitrice: quest’ultima è ancora viva!) in una storia in cui tutti possono riconoscere l’universalità di un meccanismo. Dopotutto, «conoscere le nostre paure è il miglior metodo per occuparsi delle paure degli altri». Jung docet.

LEF Il metodo di lavoro dell’artista consiste nell’abbassare il livello di “ascolto” fino a raggiungere una presa diretta con l’anima, con l’immaginale, per ripescare un materiale scottante che non sempre risulta subito chiaro neppure all’autore e - invidiabile, prezioso risultato – è il dato di raro equilibrio che si stabilisce tra testo e immagine, dove l’uno non può fare a meno dell’altra per una reale e completa comprensione del racconto…

SAN Non si nota nessuna ridondanza, nessuna sovrapposizione, nessun facile e ammiccante estetismo. Armin Greder consegna al lettore le chiavi d’accesso a un mistero, ossequioso – forse – del fatto che «la porta dell’invisibile deve essere visibile». Una visione fatta di parole e immagini che, alla fine, parlano la stessa lingua.

Biografia: Armin Greder, nato il 24 maggio 1942 in Svizzera, è architetto, fumettista, Graphic designer e illustratore. Emigrato in Australia nel 1971, insegna design e illustrazione al Queennsland College of Art. Al suo lavoro sono state dedicate numerose mostre personali e collettive dalla Germania fino al Giappone. Nel 1996 ha ricevuto il Bologna Ragazzi Award con The Great Bear, e l’IBBY Honour List. L’isola, edito da Orecchio Acerbo nel 2008, è il suo primo libro come autore narrativo, e ha ricevuto moltissimi premi in tutto il mondo.
Silvia Santirosi – Veronica Leffe